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Concorso di Poesia V Edizione > I Partecipanti 41-50
AMEBEO PER GERUSALEMME
(Giace la pace sulle ginocchia paterne
come il Cristo deposto dalla croce
su quelle della Madonna) V.S.
Gerusalemme
mai avrà fine il tuo dramma
di gemma contesa?…………………………...…Nessuna requie riposa
fra le livide case
intrise di strage
E ancora Erode trafigge
affligge e sconvolge
il cuore dell’uomo…………………….….……….E l’anima geme
come umido ramo
esposto alle fiamme
Gerusalemme
mai sarà chiusa la “Via Dolorosa”
che porta al supplizio?..……………..……...…Nessun lastricato
alberato di croci
conduce a letizia
E ancora il rapace
con obliqua virata
riapre ferite………….……………….….…….….E l’anima brucia
per la linfa gelata
nel fiore degli anni
Gerusalemme
mai sarà estinta l’amara sorgente
che inonda il “Muro del pianto”?…………..….Nessuna fonte si estingue
ove gronda il lamento
di donne e bambini
E ancora risuona
in riva al Giordano
l’eco di Caino…..…….…….……………..………E l’anima s’incrina
nell’ultimo straziato abbraccio
al sangue disciolto sull’arido asfalto
O Cristo, a che sei morto
se l’odio funesto ancora batte
nel petto dell’uomo?…………………….……… Nessun livore ha mai fine
ove la mano dell’uomo
raccoglie grumi di carne umana
O stirpe d’Abramo
a che quest’astio senza fine
e quest’infame occhio per occhio?.………...….O seguaci di Maometto
a che questi lampi sinistri
e questi agghiaccianti olocausti?
“Amatevi gli uni gli altri”
Non è più tempo d’atroci vendette
Non è più tempo di feroci divisioni…….…….E’ giunto il tempo del vivere insieme
E’ giunto il tempo dell’umana condivisione
E’ TEMPO CHE L’UOMO DIVENGA PIU’ UMANO.
TRITTICO DEL LUTTO
Sento il fragore dei flutti
e la furia della tempesta M’investe l’ansioso tumulto
dell’anima esterrefatta Mi devasta l’urlo dei derelitti
e il silenzio dei morti
Non vedo che occhi
velati di lutto E ripiegati ginocchi
fra gli edifici distrutti E lacerti di giovinezza
disseminati sul cemento
E ovunque lo schianto
del sangue innocente E ovunque il lamento
del cuore uncinato E ovunque il tormento
della linfa artigliata
E il silenzio di pietra
del sangue aggrumato
effonde note
d’indicibile strazio E il brutale supplizio
dell’anima dilaniata
s’inabissa nel vuoto
della notte infinita E l’eco murata
degli atroci vagiti
erompe straziata
dalle dolenti macerie
E non si placa il vento dell’ira E non si spegne il cupo livore E non si estingue l’umana miseria
E non ha fine l’ansia del cuore E non ha requie l’amaro dolore E non ha luce il germoglio d’amore
O Signore, abbiamo bevuto fino alla feccia
l’esperienza carnale del dolore
e il fiele dell’ira e il gelo del lutto
E siamo morti alla luce E siamo morti alla grazia E siamo morti all’affetto
E brancoliamo nella notte
sui declivi nefasti
in balìa di nocchieri sinistri
E i coppieri del lutto
versano angoscia
nei sanguigni anfratti E i devoti di Marte
spargono sale
sulle ferite aperte E i maestri dell’astio
immolano virgulti
sull’ara della vendetta
O Dio degli afflitti
illumina l’umano intelletto
e disciogli il ghiaccio
che ci raggela il petto O metallica orchestra
di funebri concerti, deponi
i tuoi strumenti di morte
e apri le porte alla vita Scendi, o Luce, fra le pareti
dell’affilata ferocia e trasmuta
in anelito di vita il nero latte
che nutre le nefaste radici
CORALE DELL’ASTIO E DEL DOLORE
(Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno.
E l’inganno dura. E l’affanno ha il sapore del fiele) V.S.
Sugli assolati declivi disseminati di rovi
il funesto delirio dispiega le ali
e più nessuno grida parole d’amore All’ombra degli ulivi fecondi di fiele
il feroce sparviero funesta anche i nidi
e più nessuno ode parole di pace
Ancora lampi di gelida luce
dilaniano la vita con unghiate di fuoco Ancora Ponzio Pilato abbandona
al supplizio i fautori della pace
O Luce, a che la vita? Quale meta inseguire?
Quale frutto coltivare? Chi implorare
se anche il Palazzo è avido di lutto? In questo deserto d’amore solo l’astio resiste
E il cuore è morto! Il cuore è morto! Il cuore
è morto! Seppure rintocca ancora nel petto
Ancora l’occhio per occhio ci devasta
e ci lacera il cuore con metallici rostri Ancora il coro dei morti urla il suo strazio
e riapre ferite mai del tutto guarite
Non dimenticate, o figli, le nostre cetre appese
ai salici piangenti in terra di Babilonia
non dimenticate le deportazioni
i campi di sterminio le fosse comuni
non dimenticate la pena del sangue arso sparso
e disperso dai morsi della disumana ferocia Non dimenticate, o figli, le madri impietrite
ai piedi delle croci in terra di Palestina
non dimenticate i bambini le donne
gli anziani dagli occhi dolenti
non dimenticate la linfa schiantata dall’odio
non dimenticate lo scempio di Sabra e Chatila
O amaro fiele, ti abbiamo bevuto fino alla feccia O orrido lutto, ti abbiamo bevuto fino all’ultima goccia
O ira funesta, il dolore dei giusti non vuole vendette O gelido astio, il dolore dei giusti chiede giustizia
Ché non ha pace il cuore sconvolto dal dolore Ché non ha luce il pensiero ottenebrato dall’odio
Ché non sorride la gioia ove gronda il sangue Ché non si estingue il pianto ove divampa lo scempio
O Tempio di Gerusalemme che non conosci requie
o fuoco che bruci nel cuore dei giusti
o sete nel deserto che non trovi acqua
o occhi dolenti inariditi dal pianto
o pianto dei vinti che ti sciogli occulto
o seme di mirto caduto sulla pietra
quando, quando finirà questo strazio? O Chiesa di Palestina disseminata di spine
o germogli di grano gelati dal ghiaccio
o fiori in boccio orridamente recisi
o rose sfiorite fra le case distrutte
o fertile orto invaso dai rovi
o pallidi ulivi sferzati dal vento
quando, quando finirà questo scempio?
O Mondo, o Tempo, o Cielo
E’ stanco il cuore di lottare e soffrire E’ stanco il cuore d’orrore e barriere
è stanco il cuore di ira e dolore è stanco il cuore di barbarie e macerie
è stanco il cuore di lampi obliqui è stanco il cuore di piombo fuso
è stanco il cuore di feroci fiammate è stanco il cuore di atroci ferite
O Luce, è stanco il cuore di non trovare pace.
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