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Concorso di Poesia V Edizione > I Partecipanti 41-50
Ballata per un uomo
Il ricordo
In viaggio
L’ombra mangiava la piazza
i sempreverdi ficus addolciva
si muovevano leggere le colombe
lento il passo della gente sulla via
spiccando il volo nel tardo pomeriggio
dalle verdi colline dell’isola
fanciulle e donne
giovani e anziani
presero il cammino per l’ultimo addio
completarono la giornata nelle campagne
negli uffici
nelle aziende
puntuali vennero all’incontro
da ogni angolo del paese
lasciarono la casa e si misero in cammino
si guardarono negli occhi
dopo che il vento sparse per le vie
la voce della tua scomparsa
increduli ancora dell’evento
presero la strada e si misero in cammino
un groppo ostruiva la parola
e qualcuno si appartò in un dirotto pianto
si snoda la strada
l’hai percorsa più volte
la vigna esplosa di gemme
il grano maturo
il mandorlo
il fico
sanno il nostro dolore
se muovono foglie e cime
al nostro passaggio
è solo il tenero vento di fine stagione
fra strade e aperta campagna
estranea è la natura alla vicenda degli uomini
Basta un segno
per germinare il sorriso
splendevano i tuoi occhi di una luce viva
gentile il portamento del tuo corpo
stringata la parola che sgorgava dalle labbra
lascia che ormai mi rivolga a te
come se mi fossi accanto
lascia che ti consideri ancora
in mezzo a noi
per un canto che non avrebbe senso
ora che non sei
quante volte ho ascoltato la tua voce
quante volte ti sono stato vicino
seduto allo stesso tavolo
e mai ti ho rivolto un sorriso
la ritrosia mi teneva a distanza
lascia che di te io dico ora
tutto ciò che mi brucia nella mente
lasciami superare il lutto
amara è la tua assenza
i dannati
della terra
eri preoccupato e pensoso
risuonava nella tua mente
il pianto degli affamati e degli assetati
che brancolano ancora disperati sulla terra
il grido dei perseguitati ed oltraggiati
che folli marciscono nelle carceri
se non dormono già il sonno dei giusti
l’urlo degli esclusi avvolti nella spirale
delle metropoli
segregati in ghetti
bidonvilles quartieri fatiscenti
la voce della tua agonia colpì
alla radice
ogni essere che avvertì
l’estenuante tensione della tua esistenza
la buona novella
in questo pomeriggio silenzioso e aspro
che brucia le terre nissene ed ennesi
ed avvolge la piana di Catania
in un sordo respiro
lasciando nell’ombra i colli agrigentini
addolciti da pampini teneri e splendenti
mentre si avvia il convoglio verso Messina
la terra riarsa attraversiamo
e un’ombra si staglia su campi
l’ombra di colui che scandalo arrecò
con la buona novella
anche tu hai riformato le leggi e il pensiero
dei padri
dando loro nuova linfa vitale
e come Gesua scandalizzò il mondo giudaico
sconcerto arrecasti nell’universo comunista
predicò agli ebrei ma anche ai gentili
il figlio dell’uomo all’uomo annunziò
il regno dei cieli
radicato sei rimasto alla classe operaia
all’umile al debole al meno protetto
ma a tutti rivolgesti la tua parola
il socialismo appartiene al genere umano
nell’era moderna
sradicare volevi la forma
che ogni valore riassume nella merce-denaro
e ogni sentimento in uno soltanto
il possesso
novello Copernico in un mondo tolemaico
ancora
omaggio
ad
Albert
S’interrogava Albert Einstein
sulle armi da usare
nella guerra mondiale futura
sapendo che dopo
si sarebbe tornati alla clava
non ci sarà nemmeno la clava
in un sahel privo di acqua
vento
nuvole
nebbia
senza oceani e foreste
oscurato dalla notte eterna
dalla maglia che ostruisce il contatto
con il sole le stelle il cielo
punto oscuro informe
svincolato dall’armonia dell’universo
il compromesso
era tua l’angoscia di chi temeva
l’estinzione imminente della vita organica
ma lavoravi alla ricomposizione
riconoscendo culture e ideologie diverse
per salvare l’essere
nelle forme in cui si manifesta
il passaggio epocale che estinse i dinosauri
vive oggi l’intera umanità
diversi i moventi che scatenarono l’evento
identico l’esito della catastrofe finale
possono evitarlo stati
partiti
movimenti
religioni
cercando insieme la via dell’intesa
i valori essenziali della vita
è necessaria una società a misura d’uomo
non più sogno di utopisti d’altri tempi
eri un uomo
la politica vivevi come trama
che unita tiene l’intera società
il governo
mondiale
la pace è il respiro dell’essere vivente
nell’era dei laser e dei missili
l’uomo tolemaico usa il linguaggio della forza
la guerra per risolvere i contrasti
in un tempo in cui realistico è solo
un governo che amministri la vicenda
di un piccolo pianeta chiamato terra
hai insistito con forza per creare
tra gli uomini la cultura della pace
nei rapporti personali
nella società
tra gli stati
inno
alla
pace
la pace è rapporto d’amore col fratello
col vicino
con lo sconosciuto
con chi consideri nemico
per te non esisteva il nemico
ma l’uomo con cui discutere e parlare
docile i contatto che hai avuto con la gente
nell’avanzare del massacro
il fiore i suoi colori i suoi profumi
l’ambrosia dei tigli e delle bianche magnolie
la saggia quercia l’ibiscus spensierato
proclamano la loro innocenza
hai ascoltato anche la loro voce
un giusto
questo vento tiepido di primavera
non accarezzerà più i tuoi lunghi silenzi
si è placata la rivolta dei capelli
il sorriso timido e ritroso non lambirà
le speranze di chi veniva ad ascoltarti
la tua voce gutturale si è spenta
schivo
sei venuto e non sei stato riconosciuto
a volte dileggiato da chi ti stava vicino
negli anni
in cui brillò di nuova luce la tua stella
sula croce fosti chiamato giusto
nell’agonia un uomo sussurrò le parole
che avrebbe voluto gridare ognuno di noi
non è giusto che muoia così un uomo giusto
caddero i veli le bugie gli insulti infamanti
in tutto il suo splendore rifulse il tuo messaggio
ogni albero si riconosce dal suo frutto
sono stanchi coloro che mi stanno accanto
hanno cantato per ingannare
tempo
dolore
smarrimento
la Calabria aspra e verde è avvolta
dalla notte macchia nera priva di spessore
mare boscaglia dirupi colline
altri autobus varcano lo stretto
e tendono la mano verso Roma
li attende immobile il tuo corpo
nell’atrio sommesso di botteghe oscure
ma tu vivi nel mio corpo
lento incede il tuo passo per sentieri
impervi e duri della terra
la parola
non
la spada
era scritto che la violenza è levatrice
della storia
era scritto che la solidarietà appartiene
alla classe
era scritto che il potere si conquista con la forza
delle armi
sei venuto per unire
hai portato la parola e non la spada
strana è oggi la forma delle armi
contiene il germe nero dell’apocalisse
non hai abolito i classici antichi
hai dato compimento al loro pensiero
non odio e violenza reclama la terra
ma amore e afflato tra gli esseri umani
hai smosso paure ancestrali
radicate nel profondo del corpo
teme l’essere territori sconosciuti e nuovi
teme di venire colpito nella sfera interiore
teme di sconfinare in un altro universo
rompesti la diga che blocca i sentieri della pace
unico ben
spaccando la crosta che spinge alla corsa suicida
la corsa a piantare la lancia di guerra
in punti diversi della fragile terra
tenero e smarrito a volte il tuo viso
il sorriso accennava speranza e fiducia
il dialogo
scrivesti a a Bettazzi per dire umilmente
il nostro rapporto con ogni fede
la possibilità dell’incontro di visioni diverse
capace di mutare il destino dell’uomo
la Roma di Orazio e di Virgilio
la Roma di Pietro e Paolo
riprende con te l’antico splendore
diventa con te centro propulsore del socialismo
libero ormai dalla camicia di forza
che tutto ha distrutto
nei paesi dell’Est
libertà e responsabilità
sorrisi desideri gioie intuizioni
l’uomo con te torna a decidere sul colore dei fiori
sugli odori dei corpi
sull’ambrosia dei sensi
torna a sentire
a pensare
a muoversi
come una danzatrice scalza
che si libra nello spazio
gioiosa
piena di luce
scioglie il suo corpo
espande
odori sensuali alle genti lontane
rossori umiliazioni infamie cocenti
ho subito nel corso degli anni
il mio sangue pulsava tranquillo
negli ultimi tempi
si rasserenava come acqua limpida
dopo la piena dirompente
omaggio
a
Matteo
vendevano e compravano nel tempio
tutti fuori cacciò
rovesciando tavole e sedie
la casa di preghiera trasformata era
in una spelonca di ladroni
a lui vennero storpi e ciechi per essere sanati
e i fanciulli gridavano osanna
rendendo lode al figlio di Davide
il tempio aveva purificato dagli affari
omaggio
a
Tonino
non era gioco di potere e do palazzo
pura schermaglia intrigo tra potenti
agguato mossa misera furbizia
era una scelta che guarda alla radice dell’essere
oltre il suo esistere
la politica era per te lavoro concreto
dentro il mare degli eventi
sempre tenendo la testa fuori dall’acqua
per signoreggiare i cambiamenti
era la politica milizia e missione
laica ascesi
le hai ridato la funzione universale
aprendo nuovi orizzonti e nuove frontiere
eventi importanti decisivi a volte
ma non contano soltanto i voti
il numero dei seggi gli schieramenti politici e parlamentari
le coalizioni di governo
contano gli eventi che germinano movimenti
aspirazioni
idee
costumi
comportamenti nuovi
omaggio
a
Nelson irreversibile l’ingresso nella storia
di popoli sfruttati e oppressi in ogni continente
che reclamano a piena voce libertà
cos’è
la
libertà
libertà è ancora l’odore del pane
il colore dell’acqua limpida
l’umile trama di un vestito
un tetto di canne e di paglia
libertà è muoversi da un quartiere all’altro
della città
parlare a voce alta senza subire l’oltraggio
disporre di sé dei figli della terra
libertà è rompere l’assedio della morte
fine delle violenze torture massacri
rapine stupri orrori che gridano inascoltati
da chi ha perduto gli organi dei sensi
libertà è non avere vergogna della propria pelle
apprezzare lo splendore e la bellezza
della propria gente
del proprio passato
della propria cultura
sentirsi immersi nel flusso variegato degli eventi
libertà è vedere sorridere gli occhi
di ogni essere
sentire rispetto per la la natura
avvertire l’armonia del contatto con ogni forma
del sapere umano
i dannati
della
terra
ti macerava nel silenzio
il dramma dei dannati che brancolano ancora
nel buio
ciechi pellegrini che girano intorno allo stagno
non sapendo che la libertà è nelle loro mani
donne e uomini
scissi da ogni forma di potere
emarginati di ogni condizione
sono percorsi da intuizioni uccise prima di sbocciare
per la devastante corsa agli armamenti
per i meccanismi produttivi
che espungono l’essere dalla società
diversamente vivono i giovani
lavoro e tempo libero
studio e amore
famiglia e vita quotidiana
gridano gli omosessuali le loro clandestinità
si ribellano gli anziani ad una passiva attesa
della morte
allo squallido abbandono di oggetti fuori uso
reclamano l’ultima stagione della vita nel corpo vivo
della società
omaggio
s Luca
badava ai doveri dell’ospitalità
Marta
mentre Maria si mise ad ascoltare le parole
del Maestro
seduta ai suoi piedi in mezzo ai discepoli
Signore disse Marta corrucciata
mia sorella mi ha lasciata sola a servire
dille che venga a darmi una mano
Marta marta tu ti affanni in faccende private
Maria si è scelta la parte migliore
nessuno può fermare il fiume in piena
le energie sprigionate dai movimenti femminili
la libertà della donna è valore universale
nel cammino tortuoso dell’umanità
catena e legame per l’intera società
si prolunga in forma nuova sulla terra
l’antica soggezione all’uomo
non esistono i due tempi
procedono di pari passo
si sostengono l’un l’altro
cambiamento e liberazione
radicata nella struttura di ogni essere
l’oppressione e la violenza sulla donna
determinata storicamente in ogni società
assume forme di follia la sessualità
la tua libertà è la mia libertà di uomo
la donna è ritmo vitale
due mani africane percuoto tamburi
vibrano i corpi scossi da tensione
omaggio
alla scuola
di Mitscherlich
mentre altri si chiedono il fine del lavoro
inquieti sono gli esseri che non hanno tranquillità
nel riprodurre la loro esistenza
si corrompe il tessuto connettivo nelle aree
dove assenti sono le sirene e il respiro dei motori
i cervelli del sapere collettivo
dolore e tristezza sono i sentimenti
radicati nel corpo di milioni di esseri
qualunque sia la loro condizione sociale
milioni di persone si sono rassegnate
all’opaco trascorrere di un tempo
che porta loro solo e soltanto il ripetersi
delle stesse attività degli stessi piaceri
di un tempo misurato in minuti ore giorni
privi di significato e di importanza
in questo spazio né curiosità né speranza
sono avvertite dalla gente che monotona
vive l’esistenza
complessa è la struttura della società moderna
non recidiamo le nostre radici
pensando di fiorire meglio
nelle nostre radici troviamo alimento per andare avanti
ma aprendoci al nuovo emergono i caratteri
che ci fanno diversi
forza e stimolo hai profuso
ai movimenti che profumavano di vita nuova
fustigando gli altri corrosi dal germe della morte
sei stato a fianco delle donne per la loro libertà
degli anziani per la loro dignità
dei giovani per una vita nuova
per la pace hai messo in movimento
milioni di uomini
per la pace incontri promuovesti
in diversi continenti
la guerra appartiene ormai la nulla
omaggio
a
Giacomo
Sedendo spesse volte sulle deserte rive
Nel mare specchiando la tua immagine
avvolto nell’azzurro smeraldo del cielo dell’isola
che scoppia di stelle cadenti nel mese di agosto
che brucia di riflessi e di rimandi
misurasti quel punto sperduto che ha nome terra
considerata dagli stolti al centro e fine ultimo
del tutto
vicina è il quel tempo la luce delle stelle infinite
al sistema solare
scorre a vista d’occhio il corteo luminoso
di nebulose e galassie lontane
appariva al tuo sguardo
l’uomo e la donna sull’onda bruna del mare
merlato di scintille e di bagliori
nutriva pietà virgiliana
i tuoi movimenti corporali
la terra sconosciuta all’infinito universo
orientava la fragilità della tua esistenza
spargevi energia in un luogo desolato
dove bandita era la luce e meta dell’essere
la ricerca affannosa delle tenebre
taciturno e grave il tuo aspetto
la tragedia incombente presagivi
il sorriso ornava l’arido e spoglio sentire
della gente
dinanzi all’eterno mistero dell’esistere
ognuno teme che un giorno forse vicino
non sorgerà l’alba
non scenderà il tramonto
resterà la terra avvolta in una notte oscura
le colline non vedranno
l’alterno imbiancare e imbrunire del cielo
lo splendore del sole inondare
le erbe e le foglie
l’austerità
l’austerità era per te una scelta obbligata
rigore e serietà
efficienza e giustizia
i cardini per superare sperpero e spreco
consumismo sfrenato e dissennato
era questa l’arma di lotta moderna
liberazione reale dell’uomo
delle sue energie sprecate
libertà è ancora l’odore del pane
libero volevi l’uomo
in ogni manifestazione della sua esistenza
nella ricerca teorica
nell’attività culturale
nell’arte
libero da partiti
stati
ideologie
spontaneo e riflessivo
impulsivo e controllato
fabbro e sapiente
ti chiamarono carmelitano scalzo
asceta che rifiuta della vita ogni gioia
La morte
Piazza
delle
erbe
Intorno alle dieci scoppiò l’uragano
devastante impatto con il tuo cervello
il responso fu dato ala tua ombra fedele
messaggero sgomento del disastro incombente
la morte lavorava alacremente nelle tenebre
stregoni danzavano per fugare lo spirito maligno
che possente si era insediato nel tuo corpo
il silenzio dominava tra la folla accorsa
solo la morte cantava la sua gloria
ti aveva strappato con violenza alla tua gente
eri solo
nessuno di noi poteva fare nulla
danzava la morte avvolta di nero e di viola
impotenti rendeva tutti noi
e muti
eri sulla tribuna sicuro e tranquillo
la morte era in agguato
felino dal passo felpato
che insegue la preda pronto allo scatto
salisti per cantare la vita serena
incontrasti la morte violenta
nessuno immaginò che stava accadendo
barcollò la luce nella mente
la penombra lottava con oscure tenebre
la foschia avvolse i tuoi limpidi occhi
si ritrasse il tuo volto dietro il muro
le mani vibrarono l’inevitabile ferita
si liberò nell’aria gelido il sogno
degli uccelli posati su piazza della frutta
sconvolgente era ormai la caduta
riprendesti a fatica
testardo
i comunisti potranno avere mille difetti
cercasti di reprimere il vomito
impallidivi
il fazzoletto portavi alla bocca
riprendesti
proseguite il vostro lavoro
andate casa per casa
azienda per azienda
strada per strada
lavorava la morte con astuzia
la gente ruppe il silenzio con un grido
la piazza raggelata anche impallidiva
spiga delicata riprendesti la danza
prima che il vento ti spezzasse
Cid Campendor con la morte addosso
taci
dicesti alla tua ombra
determinato era l’impegno
fatica e lavoro
sudore e sacrificio
e ora
morte
solo morte
morte beffarda la scelta di vita
non crollò la tua volontà
quando avvertisti la ferita al cervello
anche se l’inquietudine serpeggiava tra la gente
e dalla piazza il vento trascinava lacerante
il coro di voci che gridava
basta !
l’ultimo profumo si sciolse dalla carne
l’ultimo sorriso investì i volti dei presenti
sorridente nell’ultimo sforzo si sparse nell’aria
lucida e profonda la tua voce che modulava
il rovello dei tuoi anni migliori
pace
libertà
progresso
ultime sillabe scandite tra la gente
nessuno saprà mai
se poteva essere evitata la sciagura
nessuno ci dirà mai
se poteva essere evitata piazza della frutta
rinunziando alla tua giornata di lavoro
sappiamo solo che per sempre si è spenta la tua voce
omaggio
a
l’ecclesiaste
per ogni cosa c’è un tempo
ci fu il tempo per una società di schiavi
e di uomini liberi
un tempo di servi della gleba
e di signori feudali
un tempo per la vita monacale
e per la vita dissoluta
c’è ancora il tempo degli operai e dei borghesi
il tempo del dominio e del terrore
della violenza
e dell’amore
verrà il tempo della pace
il tempo in cui gli uomini avranno in mano
il loro destino
godendo la vita
leggeri dell’inutile affanno del consumo
il tempo in cui tra la nascita e la morte
piangeranno per i dolori veri e gioiranno
delle vere gioie
parleranno e taceranno con misura
ameranno senza odiare alcuno
cercheranno la letizia e il benessere del corpo
se c’è un tempo per tutte le cose
non era tempo per la tua morte improvvisa
nelle case entrò la tua immagine
mentre scendevi sorretto da possenti mani
la morte incalzava repentina impietosa
un uomo colpito da sparo apparisti alla gente
stravolta
a me inchiodato alla croce
da te costruita nel corso degli anni
con gli affanni e i dolori del genere umano
mai fu un uomo così vicino agli onesti
vivi sentono ancora i reali valori dell’uomo
un filo sottile ci legava a Padova
aspettavamo trepidanti e fiduciosi
anche se le parole erano macigni di basalto
i bollettini sentenze inappellabili
amara l’attesa e disperata
la verità assurda e inaccettabile
l’angoscia si tramutava in sgomento
con il passare del tempo
per te morire era la sorte migliore
eri una vigna carica di uva
verde la chioma e tenero il virgulto
grappoli lunghi dal chicco maturo
un vento sabbioso bruciava speranze
aspettavamo come le donne di patron ‘ntoni
una barca ingoiata dal mare in tempesta
eri grano gravido di tenero pane
bosco di abeti fresco e tranquillo
serenità espandeva lo stormire leggero
delle fronde
ti chiamavamo tra noi il giovane Enrico
sei diventata nel tempo pietra angolare
avevi il gusto della dura battaglia
l’insulto era estraneo al tuo linguaggio
non si raccolgono fichi dalle spine
né si vendemmia uva dai rovi
l’amore era la radice della tua azione
diuturna
omaggio
a
Natalia
milioni di esseri pensavano a te
con speranza e lacrime
milioni di persone si chiedevano angosciate
se potevi vivere guarire tornare a casa
milioni tra la gente comune scoprirono per te
affetto e ammirazione
milioni di uomini e donne avvertirono il vuoto
che si era creato nel loro cuore
quel giovedì sera
e appresero la cognizione del dolore
eri uno di loro
timido
e gli uomini politici non lo sono
mite
e i politici sono aggressivi e violenti
schivo
mentre gli altri si mettono in mostra
omaggio
a
Ito
venivi da una terra bruciata dal sole
arsa dal sale
respirasti il profumo del rosmarino fiorito
sull’oloturia giocavi col mare
ogni estate
assaporavi il fragore delle onde
custodendolo nel profondo del cuore
il silenzio dei sardi seguiva i tuoi passi
e tu restavi sugli scogli alla piana
per ore
taciturno
come lo è stata la tua gente da secoli
generando il pensiero e l’azione di Antonio e tuo
la tristezza maturava e cresceva
nella conoscenza e convivenza col vero
le infamie e le offese sporcano la vita
volevi riscattare anche la parte che sa rivelarsi
a volte
miserevole e indegna di essere umana
dov’è conoscenza vi è affanno e dolore
omaggio
a
Marco
eri nell’immagine e nello stile
la negazione del potere
delicato e gentile
tenerezza ispiravi alla gente
serenità a chi era lontano da noi
ben misera cosa la politica priva di etica
ognuno avvertiva il respiro morale
sotteso nella tua azione diuturna
fermezza non era per te mai arroganza
se il chicco di grano caduto non muore
rimane sterile e inerte
chicco di grano maturo morendo
hai generato una messe ricchissima
se non c’è amore stima e fiducia
non esiste l’alfa e l’omega del rinnovamento
dell’uomo
del gruppo
della società intera
e noi in Sicilia lo sappiamo da tempo
abbiamo vissuto la legge dell’occhio per occhio
nei rapporti sociali
di gruppo
personali
beduini del deserto
educati alla legge di Mosè
abbiamo avuto di mira
la distruzione degli esseri
che ci crescevano accanto
preoccupati di fare la fine di Laio
l’agonia
la stanza s’impregnava d’agonia
un prete carezzò la tua fronte
non una mano nello spazio senza tempo
milioni di dita leggere come foglie
lambirono le guance e le labbra
una carezza pregna di lacrime e dolore
il silenzio dei boschi non turbò la tua pace
solo il presentimento della fine
vegliava nell’ombra dei viali
e tra la gente
era impossibile avvicinare la stanza
dove dormiva il sonno della morte
la tua morte
omaggio
a
Federico
non avevo alcuna voglia di vederti
il ricordo di te immobile e assente
avrebbe cancellato la tua espressione
di aquila
gioiosa colomba
sparviero impietoso
passero indifeso
gelsomino odoroso
tenace ginestra
non c’è politico che regge al confronto
eri tenace e ingenuo
un montanaro
gracile robusto
un atleta
aristocratico e umile
un saggio
timido e coraggioso
un eroe antico
delicato e gentile
vivo sei rimasto nel mio corpo
dormi ora soltanto un sonno senza fine
non volevo vederti vivo sei rimasto tra la gente
vivo con la tua voce e il tuo sorriso
le tue indignazioni
i tuoi lunghi silenzi
non volevo vederti nelle mani della morte
sei vivo
vivo è in ogni essere
il bisogno della riconciliazione in un pianeta
attrezzato per l’autodistruzione
tu vivi
vivo è il bisogno di unità tra forze di orientamento
politico e ideale diverso
vivo tu sei
hai incarnato l’inscindibilità
tra democrazia e socialismo
sostanza della tua parola
il rapporto positivo tra forze e movimenti radicati
tra la gente
scandalo per uomini vocati alla rissa
alla divisione
al caos
tu vivi
sei stato lievito di un’intesa corale
in un mondo intriso e amareggiato
da solitudine
egoismo
disperazione
sei vivo la ricomposizione del mondo volevi
attraverso il dispiegarsi di culture diverse
tese a sconfiggere il disfacimento dell’umanità
tu vivi
lo sterminio per fame
lo squilibrio tra nord e sud
offendeva il respiro del tuo corpo
un turbine chiuse il baratro
tra l’essere e il nulla
caduta la barriera soffocante della scissone
milioni di mani strinsero la tua
lieve e soave resero la morte
mentre il vento gelido del nulla
rodeva il mio corpo
in grani di sabbia lo smagliava
le terre
visitate
non ricorderà il tuo passaggio
ls vigna
il fico
l’ulivo
il punus pinea
di perniciotta
tu torni alla natura
non ricorderà il tuo passaggio
pietre caduta
la marina di Licata
la landa desolata di Gela
i putti di bronzo
di piazza Castelnuovo
tu sei sparito per sempre
le stagioni torneranno ad alternarsi
vento e nebbia
sole e luna
continueranno i loro giochi d’amore
e i politici torneranno a litigare
tu non ci sei
i politici non ricorderanno il tuo passaggio
scorderanno il sorriso dei tuoi occhi
tu ci hai lasciato
e desolato mi lasci
so che i morti sono dimenticati con i loro sogni
sparito tu sei
non ferisce più i tuoi occhi la splendente luce
Ma io non posso tacere e canto
canto
le tue opere e i tuoi scritti
la tua ansia di giustizia
canto
la coraggiosa lotta per la pace
il tuo sogno di un governo mondiale
canto
la tua grazia e il tuo pudore
passerà molto tempo per vedere sulla scena
un politico carico d’amore come te
per questo canto con parole di pianto
lo stesso canto del desiderio di lacrime
che vive soffocato nella mente
un divieto assurdo impedisce l’esplosione
ricordo un sole di delizia che avvampava
due volti che bruciavano d’amore
I Funerali
non c’è la gravità dei funerali di un re
di un potente della terra
c’è solo gente che piange
c’è solo dolore nell’aria che respiri
nei miei occhi solo smarrimento
c’è gente che non dorme da ore
venuta per rendere omaggio al rigore morale
ad un uomo che chiamava Enrico
lo sentiva fratello
non c’è spirito plebeo
scompostezza
isteria
c’è solo gente che piange la morte di un uomo
che chiamava Enrico
sotto la volta azzurra e luminosa
della rosea Roma
tra viali e parchi
si libra nell’aria lo stormo di sogni
illusioni
utopie
gli intonaci ciechi dei palazzi antichi
rosi da fuliggine e da smog
assorbono i sospiri e le speranze
qualcuno sentirà l’ambrosia un giorno
passando qui vicino
pioggia e vento restituiranno agli uomini
le vestigia del nostro passaggio
avverti dall’odore dei muri
la voce il sussurro il clamore dei passanti
il colore e la purezza dei fiori
che splendono pochi secondi
vacillano nella mente le bandiere
l’aria è afosa
sordo il calore del sole
lacrime e sudore respirano le strade
un compagno in attesa di rendere omaggio
alla bara nell’atrio di botteghe oscure
si rammarica della tua caduta in zona bianca
retaggio di una mentalità manichea dura a morire
un mutamento era avvenuto in me
lentamente
me ne rendo conto solo ora
lavorò la tua presenza nel mio divenire
ero un tempo duro e altezzoso
un onesto fariseo rispettoso delle regole
con te inizia a danzare la mia vita
nel torrente armonioso dell’amore
senza vergogna ti dico
il cane affamato
il cane arrabbiato
ha intravisto la luce
ha trovato la via
ha compreso il messaggio
ed ora ti dico
con le guance rigate di lacrime
ho la forza di non perdermi mai
il coraggio di sprigionare i desideri cocenti
che bruciano il mio corpo di uomo
la luce per vedere nelle piccole cose
un tassello del grande mosaico
la serenità da lungo tempo cercata
la pace per potere gustare
il sapore del granoturco viola
di guardare con occhi diversi i campi di girasole
i corvi che volano intorno tranquilli
non più inquieta è la mia esistenza
assaporo il sole
l’aria
lo splendore dei cieli puliti
il mare smeraldo
fammi dimenticare le offese subite
dai miei antenati
gli strumenti di tortura
che hanno martoriato le loro carni
i fratelli che dormono ormai
mi hanno insegnato il furore e la rabbia
per le fatiche patite
per le offese subite
mi hanno educato al rispetto del pane
a odiare chi mostrava di essere sazio
cresce nel tempo la collera per chi ostacolava
il cammino del pane
dell’acqua
del vestito
disprezzo provò il mio corpo
per gli esseri che recidevano le loro radici
e sceglievano di vivere in serra
provando vergogna del sudore dei calli
del colore di terra e di sole che illumina
i visi scarni di chi li aveva figliati
rugosi come carrubi
nodosi come ulivi
fieri come gitani capaci di perdersi
per permettere loro malgrado ai figli
di morire senza sapere di essere nati
la tua tenerezza si è incontrata con l’amore
che in me lentamente nasceva per gli esseri umani
avevo scoperto la gioia di vivere
non vedevo più nemici da combattere e ferire
ma esseri con cui discutere e parlare
da incontrare su un terreno comune
ho imparato da te che cristiani e marxisti
buddisti confuciani induisti
esseri di razze religioni ideologie diverse
possono convivere e salvare la terra
ho imparato che è possibile cambiare
senza violenza
rimanendo saldi i valori di fondo
e posso cantare a voce spiegata
gloria al bracciante che il colore
del pane
della terra
dell’acqua
gloria al minatore che porta stampato nel volto
il colore dello zolfo
del rame
del ferro
del carbone
di ogni minerale che strappa dalle viscere
della madre terra
gloria a chi è privo di contatto con la terra
rinchiuso in fabbrica
negli uffici
nei negozi
gloria a chi con arte e scienza
partecipa all’espansione dell’essere umano
pietà per chi non ha mai steso
una mano al proprio simile
pietà per non conosce la gioia
di lavorare per gli altri senza mercede
pietà per chi è pervaso solo da odio
rancore
violenza nei rapporti con gli altri
con sé
con la natura
pietà per chi ignora i valori dell’essere
non scandalizzatevi se ci hanno perseguitato
espulso dalle fabbriche
dalle scuole
dagli uffici
se ci hanno incusso paura
offeso
bastonato
scorticato
seviziato
impiccato
dipinto come demoni maligni
chiunque lo faceva e continua a farlo
offre un servizio alla forma economica esistente
non ci conoscono e non sanno che nessuno
avrà fame
avrà sete
se vive in pace e dona amore
siamo stati mandati come agnelli
in mezzo ai lupi
in luoghi infidi dove si consumano delitti
nessuno di noi ha conseguito ricchezza e potere
nessuno a conti in banca
immobili disseminati sulla terra
abbiamo governato regioni e città
siamo rimasti finché ci hanno voluto
lasciando l’incarico
abbiamo scosso i piedi
per non portare con noi nemmeno la polvere
di ciò che abbiamo gestito
scandalo è stata la nostra condotta
pochi sono disposti a servire
se non conseguono lauto guadagno
qualcuno di noi ha perduto la luce ed è stato cacciato
tu non sei passato invano
la tua sola presenza fustigava
il germe dell’opportunismo
accentuando il nostro essere diversi
che non viene compreso
lasciare casa
famiglia
studi
rinunziare al tempo libero
per metterlo al servizio di altri
nel sentire la gioia della vita collettiva
è lo splendore
di una vita nuova che rifiuta la mercede
nulla mi ha dato il partito
soltanto il respiro di uomo che sente di essere
fratello che lotta con il birmano e l’angolano
con le madri dei desparecidos argentini
mi ha dato soltanto coscienza di essere
cittadino del mondo
mi ha fatto diventare l’uomo che sono
l’uomo che ama e gioisce per le gioie degli altri
che soffre e sa piangere per le offese subite
dagli altri
che arriva alla collera per le prepotenze di altri
sono maturo per ogni azione
senza subire turbamenti nel corpo
sono capace di parlare ai re e ai cani
sparite ansie e paure
sono cresciuto in ritardo ma sono cresciuto
il potere è solo una maschera e non mi crea spavento
un artista ha demolito la mia corazza di marmo
una donna soffiò l’alito vitale
alla crisalide che si trasformava in farfalla
e la tua dolcezza nel fare che l’amore guidava
nell’atrio
di
botteghe oscure
confuso in mezzo agli altri
attraverso il portale di botteghe oscure
per compiere un rito desolante
davanti la bara accanto a Lina
non avverto la luce della tua presenza
sono fuggiti dal mio corpo
sorriso
tenerezza
simpatia
sospesi sono gli organi dei sensi
ebete mi sento
tu non sei qui
e Lina scoppia in un dirotto pianto
la prendo per mano e andiamo via
nulla mi ha dato l’incontro
una bara e la tua scomparsa
sono vuoto
mi morde l’arsura di sapere
se gli altri hanno comunicato con te
per l’ultima volta
la vecchia che segnò la fronte
con il segno dei fedeli in Cristo
il giovane che strinse il pugno con rabbia e furore
la ragazza che coprì gli occhi con le mani
e i mille occhi che brillavano di lacrime
passando compunti
a piazza
San Giovanni
sono solo a San Giovanni
vedo ancora qualche uccello che si aggira sulla piazza
il mio occhi segue un carro
che si è perso tra le vie
non conosco Roma e non so dove sia
Prima Porta
sono un uccello che agonizza
mentre la sera ingoia il tuo viaggio
il suono delle sirene
il rombo degli elicotteri
il frastuono della gente
l’addio che ti diede “ l’unità”
la fiumana si è rotta in mille rivoli
un sepolcro ti attende freddo e solitario
siamo venuti come se il nostro arrivo
dovesse riportarti in vita
l’amore di milioni di esseri dovesse ridare
alito al tuo corpo
non è stato così
non poteva essere così
eravamo pronti a lottare
senza capire che eri tornato alla terra
per sempre
ci sentivamo con le mani vuote
con la desolazione più nera nel cuore
ora è tempo di tornare
e non so dire ciò che videro i mie occhi
i miei occhi videro rabbia
dolore e pianto
donne e uomini smarriti
lacrime e solitudine
grida che ingannavano i cristalli di ghiaccio
omaggio
a
Delacroix
videro una donna in piedi
l’internazionale intonò singhiozzando
cantava e piangeva
piangeva e cantava
le lacrime bagnavano il suo volto
contagiò il canto chi le era vicino
intonarono l’inno in modo sommesso
piangevano e cantavano
l’applauso si levava al tuo passaggio
sei la donna che ha pianto cantando
bela eri ignota ragazza
con il pugno chiuso dritta sull’auto
delacroix ti avrebbe dipinta di nuovo
non ti dimenticherò chiunque tu sia
oggi tua hai un nome e un volto
sei la donna che pianto cantando
mai il tuo corpo vibrò di tanto strazio
una docile gazzella venne strappata con furia
dai denti della morte
chi c’era
ai funerali
limoni e aranci
ulivi e grano
neve e nebbia
danzavano lievi per le vie
mentre il tuo corpo immobile passava
confuso tra lilium e orchidee
strelitzie e gardenie
anthurium e bianche magnolie
che spandevano il profumo
del tuo mesto e dolce sorriso
le primizie di Vittoria
le arance di Ribera
le vigne di tre fontane
le mele di Rovigo
le auto di Mirafiori
i pomodori di Benevento
germinavano tra le vestigia di Roma
e nell’aria aleggiava la tua voce roca
confusa tra il carbone di Iglesias
l’acciaio di Bagnoli
gli stagni
le paludi
i fiumi
la pianura verdeggiante della Puglia
incontrarono i miei occhi
computers
autogru
betoniere
incontrarono
e seguivano i cantieri di Taranto
i giardini di Roma
la radura di Tirrenia
le cascine di Firenze
le pinete della Versilia
si muovevano dinanzi ai miei occhi
le figure dolci e austere di Piero
i fantasmi e i fucilati di Francisco
i popolani rudi e fieri di Caravaggio
i minatori color miele di Permeke
non videro i miei occhi le maschere di Ensor
le ballerine di Degas e il mondo di Lautrec
l’urlo di Munch
Clarisse di Musil
i demoni e i dannati di Dostoevskij
videro girasoli e campi di grano
le sedie e le scarpe di van gogh
i colori e le forme di mondrian
videro confusi tra la gente Morselli e Shiel
Quasimodo e Montale
Esenin e Mandel’stam
Lorca e Bugnuel
videro mani fresche di lacrime
volti stanchi
occhi lucidi
mani congiunte
pugni chiusi
teste fasciate di giornale
grembiuli azzurri
e caschi di minatori
videro i miei occhi corone di fiori
e cosa è la commozione collettiva per un giusto
videro aleggiare il tuo cruccio e il tuo sorriso
su ogni cosa
sempre
nel sangue si agitavano gli applausi
e il tuo nome scandito era lama
che spezzava la mia carne
il sole bruciava soltanto la mia mente e l’abbagliava
al tuo passaggio incapaci furono molti
di frenare le lacrime
e il grido disperato
nascondevano sotto le bandiere il volto
alcuni
convinti del potere magico del suono
invocavano altri il tuo nome
per riportarti in vita
ho gridato anch’io a San Giovanni
non sono uno sciamano
ho gridato
sapendo che non c’eri più
e un greco come me sa come piangere l’addio
come liberare la tensione e la disperazione
eri speranza eccelsa per molti di noi
morti e rinati uomini liberi
ho gridato il tuo nome
Polissena sgozzata sulla tomba di Achille
vento di Roma che docile rendi questa terra
trasporta lontano il pianto di un popolo
sappiano le genti che esiste ancora
capacità di pianto nell’uomo per un Uomo
si piange solo se eros thanatos sconfigge
la luce si culla nell’azzurro
danzano cavalli nel verde
una gazza mi canta nella mente il cantico dei cantici
gli uccelli migratori non fanno più fatica
ad affrontare il lungo viaggio per nidificare
nei luoghi di partenza
i gabbiani non impazzano tra le onde del mare
per cercare cibo
i fenicotteri non trascinano più le lunghe gambe
sulla terra
la ripugnante iena ha timore di cibarsi di carogne
sei un ricordo
la gazzella sparita tra la nebbia di Varedo
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