Menu principale:
Concorso di Poesia V Edizione > I Partecipanti 41-50
Sogno dantesco
Il bel Dante vidi in sogno sulle acque:
stava scrivendo lì il vate ignudo
e a soffrire dei torti che egli tacque.
Frattanto che anime pregano: muto...
...tu, rare volte rialzi gli occhi e sperso
rifletti nel luogo ove ti ergi drudo.
Immaginai la scena con te immerso
nella divina e affocata veste
e col lauro che su te posa terso.
Io or varco incontro a chissà quali teste
con la speme che preme e poi remeggia
ingiù e quinci insù a quelle creste,
navigando col lume che inneggia
cantiche con delle parole fioche
che fuggon sull’altura mentre echeggia.
Conobbi l’arte con lezioni roche,
sonnacchioso tra i banchi coi colleghi,
prendendo appunti dalle teste fosche.
Il tempo fugge in spanne unite e preghi
padre... cacciato via da dove le orme
tu lasciasti per colpa di strateghi
di Bonifacio, e in meschine torme
ora vive, recluso nel castigo.
E l’arde in fiamme l’Avversaro informe!
Col Tòsco verso i gradi mi dirigo;
su per l’imbuto peregrino e degno
mi incammino con mente e poi nel rigo,
ti seguo con la penna e senza sdegno
ascoltando il lamento infernale
giunger dal ventre dell’Infido Regno.
Salimmo su per uno strano viale
che fioccava in giù al passar del calco,
liberando un urlo che mortale
si innalzava risalendo il palco
tra i pianti e fra i canti al Padre Nostro;
finché lasciammo col giogo il soppalco.
Non sbuca alcuna luce ove l’inchiostro
non scuce alcun colore; e tutto tace
di sospiri all’Angelo nel chiostro...
Là, vidi occhi spenti e mai il torace.
Volsi l’oto alle cantiche rocciose,
ai guaiti sordi che cercan la pace.
Non scorgo il passo alle anime colpose
e tra la bruma porsi la domanda:
“Ove sono?” E roco egli rispose:
“Esta è collera e nebbiosa sbanda,
l’Ira assanna pria che giunga la quete!
Avanti co’ passi ‘l disìo comanda”
La terra è lontana dall’ariete;
all’anca ci sfilano quei respiri
malinconici, oziosi, senza sete
e fame in vita; solo dei sospiri
udii e non i canti e le preghiere,
ma sprone l’un con l’altro in quei giri.
Finalmente vid’io giustizie austere:
ancore ingiù fra le lagrime avare,
mai come S. Niccolò foste sincere;
di voi mi spiace... ma non voglio beare
e né voglio graziare il vostro scialo
volgare e con vigore a sprecare.
Non si pacò la smania onde fe’ scalo.
Sovra un verde smalto e linfa fresca:
sbranano l’aere per l’ingordo malo;
sta sott’al ciuffo una squisita pesca,
nuda... e nessuno sradica il frutto
in cura al camo. Il Miserere vi esca!
Di botto son qui giunto un po’ distrutto;
il foco arde nel girone ch’io
spero possa scorgere dopo il lutto.
Ahimè! Udia i lombi dolere e ‘l mio
fegato soffrir con loro purtroppo;
ed ora prego pur io il mio fio.
La degna realtà nelle acque del coppo;
or la mente ode e con poetica vena
tange, ignuda, contro un fioco groppo.
Dirittamente al brillio la lena
andò scemando, pur dianzi e rimpetto
a quella Luce priva d’ogni pena.
Dilmi aedo se mi lece col petto
‘ntrare nel Regno dell’Iddio Creatore?
Che nel Credo raìa così perfetto!
Alla domanda non spirò rumore.
Il senno urtò al colle sublime
scorgendo il suo capo con rigore
scuotere a destra e a manca dalle cime;
e agli occhi si scolorì l’ombra colta,
chissà dove, tra le Divine Rime.
Raggiorna su nel cielo e stavolta
un bel Buongiorno mi svegliò il riposo,
ritrovandomi l’anima rivolta
alle acque di Castel Gandolfo. Ozioso
mi alzò Wojtila col beato palmo
tremolante... e ‘l Signore m’offrì in sposo.
Menu di sezione: