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Concorso di Poesia V Edizione > I Partecipanti 41 - 50
ignore, ritorna un po’ fra noi
Ritorna un po’ fra noi
per un’occhiata molto da vicino;
porta ancora il divino in questa terra
dove la guerra ancora impera
e il male cresce, e cresce anche la fame,
e ogni cattiveria più non passa,
e suona la grancassa il male, e attira
chi come mira ha: “sovvertire il bene”.
Torna, a lenire, Signore, le pene,
torna a cacciare l’empio
dal tempio tuo, e a radunare a te
i figli nostri abbacinati
da giorni senza senso e ingannati
da false gioie, ch’è quel che tu non vuoi.
Ritorna un po’ fra noi,
per colorar la vita ch’è ingrigita,
svestita dell’amore universale
che da te parte,
e con la tua perizia artigianale
cuci addosso a noi, ad arte,
l’abito del bene e dell’amore
pel nostro prossimo, e per te, Signore!
Davanti al Presepe
È un freddo
quel freddo nella grotta,
che riscalda.
E come l’appannarsi dei vetri di casa
quando fuori ghiaccia e dentro
scaldano forte gli elementi in ghisa,
appanna gli occhi. Di più…
Fa sciogliere il ghiaccio
che stilla gocce,
che la mano asciuga, furtiva.
Ravviva un tepore
dimenticato a lungo,
quasi smorzato,
raffreddato da mille e mille freddi, o
da altri calori confuso, soffocato.
Fa bene quel freddo
sul bambinello nudo,
che tutto se lo è preso su di sé,
così il suo cuore, fucina d’amore,
per noi lo cambia in mille caldi abbracci,
vivifici abbracci di sole, e misera…
misera rimane ogni pelle ad essi refrattaria.
Quelle stille di gocce di ghiaccio trasformato
scaldano anche fuori, dove, a quel che sento,
il freddo punge e il sole…
il sole rimane ben nascosto…dentro.
Le grida senza voce
Sfocia, il dolore del mare,
in tempesta e orrido uragano,
e lo ulula e lo frange addosso alla scogliera,
e impresso rimane in chi lo vede e ascolta,
non come il grido muto di chi piange
e alla finestra si trascina a cogliere uno sguardo…
Ma il mondo, fuori, ad altro è affaccendato:
nessuno ascolta, o sa, o s’interessa,
ché il male implode
tra quelle mura intrise di dolore, e non esplode,
e lor non tocca, e non si danno pena.
E è come il rocciator che perde appiglio
e annaspa e non lo trova, e mentre cade, sa…
e però non grida…a chi? Nessuno sente,
nessuno è lì presente ad aiutare.
Forse il cielo, Dio, se ci badasse.
Verranno…dopo il lungo tonfo a valle,
a prendere il suo corpo inanimato.
Così, grida il malato,
senza urla, senza voce affatto, ormai disfatto
dal male, dal dolore – disperato -
e conforto non ha di voce amica,
di voce che lo inviti alla speranza,
contro ogni fato e la rassegnazione.
Il mare s’è placato. Il male è ormai trascorso,
e calmo si distende, e si riposa.
Non il malato: lui è sì, disteso,
ma è solo rassegnato e solo; e in sofferenza
s’avvia a quella fine del suo male
che come è arrivato, sconosciuto,
sconosciuto se ne andrà attraverso il corpo, freddo,
per dare a qualcun altro la sciagura:
martirio, pena, bastarda indifferenza,
solitudine di chi non ha più voce,
intriso di dolore e di paura.