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Concorso di Poesia V Edizione > I Partecipanti 11-20
Anch’io sento la fame
I miei sogni son rosa come i vostri
e come il vostro è rosso anche il sangue
che scorre e pulsa nelle mie arterie.
Identico è il respiro,
eguale il desiderio di vivere e di amare,
di accarezzare i figli e di stupirmi
ad ogni nuova aurora
per il sole che sorge,
per il vento che sfiora i capelli.
Anch’io sento la fame
come voi la sentite
e la sete anche a me secca le labbra.
Non nego la fatica del lavoro,
ma provo gioia per l’opera mia,
e mi piace cantare quella terra
che mi ha dato la vita, anche se misera,
e che ora lascio per cercare altrove
il senso dei miei giorni. Son diverse
le mie parole strane dalle vostre,
straniere, incomprensibili, ma pure
chiamano bello il bello, buono il buono
e fratello il fratello. E’ una disdetta,
per me che sono così eguale a voi,
che la mia pelle nera non si stinga:
se la mia mano fosse bianca, allora
come sarebbe facile serrarla!
Dove sei?
Dov’è il dio del migrante tra i marosi svanito,
e il dio del clandestino celato in un container?
Quale dio stenderà la mano generosa
ad afferrare in volo
il lavorante nero prima che tocchi il suolo?
E’ morta la speranza sull’asfalto bagnato
dal sangue che qualcuno non vorrebbe versato.
Dio non ci vuole bene? O siamo noi che ormai
non conosciamo più
né amore né virtù?
Eppure a somiglianza di Dio fummo creati…
Ma forse adesso è tardi, ci siamo trasformati,
siam diventati bestie della specie peggiore,
restiamo indifferenti al grido di dolore
di un fratello che chiede un pane e una parola,
una stretta di mano, un gesto che consola.
Si è nascosto il buon Dio per non sentir vergogna
dei nostri giorni squallidi: forse ci guarda e sogna
di poterci parlare
al cuore e alla mente,
sogna di cancellare
lo sguardo indifferente
che rivolgiamo al mondo.
Vieni, ti prego, ancora a prenderci per mano,
a guidarci discreto verso un bene lontano.
La voce sospesa
Tu segui tenace il tuo sogno di luce
che là all’orizzonte ti guida e conduce
tra fulmini e tuoni di un mare feroce,
che scuote impetuoso il tuo guscio di noce.
E stringi la mano al compagno vicino
a cui sei legato da incerto destino
e insieme pregate quel dio generoso
che possa donarvi un mattino radioso.
Si spegne pian piano la luce del giorno
e stringe alla gola la tenebra intorno,
la vita è legata ad un fradicio legno
diretto a una terra, ma non ce n’è il segno.
Son giorni oramai che hai lasciato la costa:
con te una domanda, ma senza risposta.
Con te la tua fame, una triste pazienza,
sei nero di pelle, ma fa differenza?
Le labbra seccate alla luce del sole
rinserrano strette le dolci parole
che ai figli lasciati non puoi sussurrare
dacchè sei smarrito in un lembo di mare.
E quando alla fine qualcuno vi aiuta
la voce sospesa rimane ancor muta,
e poi si dissolve nell’aria intristita
del mondo nel quale hai lasciato la vita.
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